"sempre a rompere le palle sti cazzo di animalisti, hanno preso un paio di piccioni e li hanno colorati, cioè li hanno anche nutriti e coccolati e resi più belli, così alla gente piacciono, sono sempre odiati!"
e allora perché non lo facciamo anche con negri, cinesi, indiani, rumeni e marocchini. coloriamoli un po' e così piaceranno di più alla gente. è una cosa buona e giusta.
un anno di vita coinvolto in un incidente stradale
sabato 15 settembre 2012
29 Agosto, 6.35
lo guardo dormire nel letto e stringersi. ha bisogno? ho bisogno? più si avvicina più sono triste, fortunata e ingrata e attacchi di panico. mi sveglio alle cinque e non dormo più, solletico nel collo e ansia da non so dove, ogni movimento un rumore di rami secchi schiacciati. mi si chiudono gli occhi con la paura di non aprirli più.
ogni donna è convinta che ogni ragazza nuova le porterà via il moroso. è una prova d'amore?
ogni donna è convinta che ogni ragazza nuova le porterà via il moroso. è una prova d'amore?
giovedì 21 giugno 2012
21 Giugno, 17.38 - Rocco & Friends
C'era una volta un pesciolino giallo che navigava negli abissi del mare. Un giorno decise di spostarsi e nuotando arrivò fino alle isole Galapagos. Qui scoprì che poteva camminare sulla terraferma e respirare, e nella sua esplorazione incontrò una lucertola senza coda e senza una zampa, vittima della guerra civile dell'unica città dell'isola tra lucertole e aracnidi, in cui vigeva ancora la legge del taglione. La lucertola portò il pesciolino nella zona della città abitata dai suoi simili, e lì egli conobbe il Re Lucertola, un fanatico di musica indie-rock ed estimatore di gruppi quali Maccabees & Co. Il Re Lucertola era un amante dello stile dandy, e ciò, insieme alla sua indole musicale, lo portava ad amare spropositamente l'Inghilterra con particolare predilizione per Londra. Conosciuto il pesciolino, che reputava un suo simile vittima di una mutazione genetica (il pesciolino aveva due zampe simili a quelle delle lucertole) lo incoronò Re per togliersi dalle palle la guerra civile e trasferirsi finalmente nella sua amata Londra. E così fece.
Il pesciolino, gravato dagli oneri reali, andò nel lato della città degli aracnidi per parlare con la loro regina, una Gazza. Conferendo con lei, questa gli confessò che lei non era mai riuscita a venire, e nel caso in cui lui fosse riuscito in questo intento gli avrebbe lasciato la città, migrando e portando con sé gli aracnidi in un sacchetto. Il pesciolino fece di tutto per cercare di soddisfare la richiesta della Gazza, ma non riuscì nell'intento. Senza scoraggiarsi, disse che sarebbe tornato l'indomani.
Il pesciolino, gravato dagli oneri reali, andò nel lato della città degli aracnidi per parlare con la loro regina, una Gazza. Conferendo con lei, questa gli confessò che lei non era mai riuscita a venire, e nel caso in cui lui fosse riuscito in questo intento gli avrebbe lasciato la città, migrando e portando con sé gli aracnidi in un sacchetto. Il pesciolino fece di tutto per cercare di soddisfare la richiesta della Gazza, ma non riuscì nell'intento. Senza scoraggiarsi, disse che sarebbe tornato l'indomani.
La sera si informò presso la biblioteca cittadina e scoprì che le Gazze godevano se veniva stimolato un punto in fondo alla gola, con una pianta particolare che cresceva però soltanto negli abissi. Essendo il pesciolino in grado di nuotare ed immergersi, andò a recuperare la pianta ed il giorno dopo si diresse verso gli alloggi della Gazza. Inutile dire che lei apprezzò molto il gesto del pesciolino; durante la stimolazione, però, scoprì a sue spese che la pianta era carnivora, e quindi morì, venendo.
Gli aracnidi, non sapendo del patto fatto dal pesciolino e la Gazza, lo rinchiusero nelle segrete, reo di aver ucciso la loro regina. Indirono un consiglio per nominare un nuovo regnante, ma durante la discussione comparve un Geko, che disse di essere il padre della Gazza, e che questa aveva fatto un patto con il pesciolino, per cui, avendolo lui rispettato, essendo lei venuta, anche loro dovevano rispettarlo e trasferirsi in un'altra città, in un sacchetto. Questi, ovviamente, non erano d'accordo con questa decisone: saltarono addosso al Geko, e se lo mangiarono.
Nel frattempo, la lucertola che il pesciolino aveva conosciuta per prima venne a liberarlo, e con lui e le altre lucertole decisero di andarsene e migrare, lasciando la città agli aracnidi. Si imbarcarono dunque su una foglia e presero l'oceano.
Durante il tragitto incontrarono un branco di delfini carnivori, che chiesero alle lucertole di tagliarsi ognuna una zampa e dargliela, e loro li avrebbero condotti alla Città dell'oro. Alle lucertole onestamente non interessava di una zampa, quindi diedero ai delfini quello che volevano, e questi li accompagnarono all'isola della Città d'Oro.
Le lucertole, dopo anni di guerra civile e di stenti, non credevano ai loro occhi: una città disabitata piena di ogni ben di Dio; festeggiarono e si diedero ai vizi come mai nella loro vita. Ad un certo punto il terreno sotto di loro cominciò ad inghiottirli: dalla terra uscirono centinaia di vermi bianchi che avvolsero le lucertole. Questi però non erano carnivori, anzi: erano vermi massaggiatori, che, vibrando, presero a massaggiare tutto il corpo delle bestiole. Incredule per la fortuna avuta, le lucertole cominciarono a gemere di piacere.
Passarono dei minuti, e la terra prese a tremare; comparve un pene gigante, e si scoprì che i vermi non erano dei veri 'vermi', ma erano stati prodotti da questo pene. Alle lucertole questo non creò alcun fastidio; stavano bene, e solo questo importava.
Al pesciolino tutto questo non piaceva; essendo un cattolico fervente, era disgustato da tutto quello che stava accadendo; prese le sue cose e si imbarcò con un gruppo di pirati che stava passando lì vicino, dirigendosi verso il Brasile. Si ritrovò poi nel bel mezzo del carnevale di Rio, dove le ragazze brasiliane si innamorarono di lui, e lo issarono sopra una bandiera come attrazione del carnevale. Egli, in realtà, voleva essere portato alla statua del Cristo Redentore; rimbalzando sui seni prosperosi delle ballerine riuscì ad arrivare ai suoi piedi.
Iniziò una preghiera interminabile quando, ad un certo punto, la statua prese a parlare. Il pesciolino si commosse, credendo di essere uno dei pochi prescelti che aveva potuto udire la voce del Cristo Signore; in realtà dietro la statua era nascosto un pappagallino, che, per divertirsi, disse al pesciolino che per dimostrare la sua fede avrebbe dovuto trovare le cinque persone che lui gli avrebbe nominato, convincerle a farsi frate e a lasciare a lui tutti i loro averi. Il pesciolino accolse con gioia la prova e si diresse quindi a New York, dalla prima persona, un certo Giovanni delle Salme, giocatore d'azzardo, bevitore incallito e frequentore assiduo di prostitute.
Il pesciolino aveva il dono dell'eloquenza e della persuasione; convinse il povero Giovanni a farsi frate, e con i pochi averi che questo aveva si diresse verso l'Europa, in Finlandia, dove viveva Jukka, pastore di pecore e mucche. L'uomo, dal canto suo, non aveva mai visto un pesce, perciò gli rivoltò contro il suo gregge. Il pesciolino, però, non era stupido: conosceva la parola d'ordine per comunicare con le pecore, e iniziò a convertirle.
sabato 9 giugno 2012
9 Giugno, 7.20
esplosione di budella in un colorato fuoco d'artificio. è che poi sono sempre e perennemente io. anche a volermi lasciare andare finisco per fare il cuscinetto del cazzo in ogni situazione. e ci credo che mi tocca vedere tutto da fuori, ci dev'essere qualcosa che regge il palco altrimenti cade a pezzi, ci vogliono le viti non bastano le travi su cui tutti ballano, però la vite non è mai contemplata, non si chiede mai se ha voglia di fare una pausa, è una cosa così piccola eppure senza, che cazzo, non ci sarebbe un palco su cui stare.. che melodrammaticità, che lamento, che tutto. è che ad un certo punto è innegabile rompersi il cazzo, ma si passa comunque dalla parte del torto perché si esagera. vi cedo volentieri il mio posto, assaporatene ogni attimo, e lasciatemi libera, e forse non sono proprio io che esagero..
a buon rendere.
forse è ora di cambiare città...
mercoledì 6 giugno 2012
6 Giugno, 20.23
La stessa
monotonia
che ultimamente avevo sdegnato
mi lanciava un grido: io sono
essenziale
senza di me tu
appassirai, come questa
estate
che ripiega all'autunno;
congelerai, acqua in
inverno
che attende il primo alito di
primavera; ti sradicherai, erba nel
vento
strappata da un tornado;
seccherai, terra cui è negata la
pioggia.
Crank, p. 261
6 Giugno, 13.33
un bel lavoro
rovinato da quadricipiti perfetti
e le tue mani
affusolate
non risparmiavano
come edera
che si avvolge
sul mio corpo
stanco.
domenica 20 maggio 2012
20 Maggio, 20,43 - come stai? peggio di te.
ma perché uno va dallo psicologo?
«perché non crede che i suoi problemi siano più importanti dei tuoi.»
come stai? peggio di te. è un classico, ultimamente, sempre. lo riesco a vivere in quasi ogni conversazione. come se fosse una gara, capisci, io sto così, però io invece sto così, cioè come puoi lamentarti dai non vedi cosa sto passando io, ma no davvero io sto male, ma sono menate inutili, piuttosto cosa credi non mi hai visto?
sì, ti ho visto. ma vederti non vuol dire dimenticarmi di me. nonostante ormai si tenda a vedere tutto come normale. non è normale star male, non è normale avere una madre pazza, un padre che non c'è, non è normale essere picchiati, derisi.
non è normale rifugiarsi nei farmaci, nel cibo, non è normale pensare che una persona diversa debba essere trattata diversamente, non è normale fermarsi al particolare quando la situazione intera sta urlando 'NON È
COSÌ CHE DEVE ANDARE'.
teatro sociale. mi sconvolge come le persone possano INCAZZARSI, inalberarsi, reagire, protestare, perché 'non è stato spiegato tutto nella situazione' piuttosto che per la discriminazione palese che c'è sotto. si scappa. è inutile, questo è il nostro ritratto. buonisti che preferiscono prendersela perché non si dice una cosa irrilevante piuttosto che prendersela perché un ragazz* 'divers*' (metto le virgolette perché vi sfido a trovare due persone uguali) viene trattato ingiustamente. (preciso: scena (rappresentata in teatro sociale basata su una fatto realmente accaduto) in cui si parla di un bambino con ritardo a cui viene fatto uno scherzo pesante in gita, l'insegnante di sostegno parla con la preside che preferisce tacere sulla situazione per non infangare il buon nome della scuola piuttosto che punire). si trovano le migliori scuse per gli oppressori 'eh ma va bè, insomma, non possiamo essere sicuri, poi la società, uno è succube della società, non può magari esporsi per paura di essere giudicato, deve stare entro certi modelli' STRONZATE, ok. STRONZATE. io, a vedere questa scena recitata, mi sono sentita male. mi si è stretto il cuore, volevo piangere. e invece ci si fissa sul particolare 'ma non è stato detto questo e io non ho capito, ma perché la scuola non ha mandato l'insegnante di sostegno in gita?' (a parte che colei che interpretava la preside diceva palesemente, quando il bambino affermava 'io volevo una stanza da solo', che 'non è possibile, in gita poi, si sta meglio insieme). cosa c'era da capire? c'era una discriminazione palese, c'era cattiveria, c'era desiderio di omissione da parte 'dell'autorità' per non mettere in cattiva luce la scuola (in questo caso) o per non far vedere che esistono certe cose, e tu TU MI VIENI a sindacare su una cosa che non c'entra niente nella situazione?
sto male, io di più. stai male, fottesega.
per quanto mi riguarda, non esistono più persone brutte. e l'ho notato l'altro giorno. non giudico più le persone in base al loro aspetto. forse riesco a vedere le persone per come si comportano, il loro 'dentro' esce nella mia mente e diventa la loro faccia. e non mi importa più che tu sia 'bello', 'brutto', 'abile', 'non abile', grande piccolo vecchio giovane adulto. ho perso ogni desiderio di giudizio.
quel resto, però, continua a farmi schifo.
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